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078 lo Spioncino

003 l’Anatra Spira

Creduta per molto tempo una delle tante modificazioni dell’Anatra Varia (vedi n.6 e n.546), questa papera di fiume ha un portamento elegante anche su terraferma, grazie alla grande coda ricciuta e a zampe leggermente più lunghe e centrali delle altre anatre.

Com’è facile immaginare, anche il comportamento sociale e le abitudini alimentari sono influenzate da una coda così imponente, costituita di penne eccezionalmente resistenti ed elastiche e, come nei colibrì, colorate per la rifrazione di bolle d’aria imprigionata nelle nervature delle penne, che non sono pigmentate.

Questo animale si alimenta dragando e smuovendo il fondo degli stagni con la coda, che le permette così di raccogliere alghe e altri frammenti commestibili senza doversi immergere.

Nel periodo degli amori, la femmina di Anatra Spira espone la sua coda alla luce del sole, così da mandare cangianti riflessi iridescenti attraverso le canne degli stagni che abita. In questo modo affascina i maschi, dall’aspetto completamente diverso (ecco il perché del suddetto fraintendimento con la Varia: i maschi sono piccoli, tozzi e completamente senza coda), i quali escono dal loro nascondiglio e si mettono in cerca delle femmine. Se fossimo sul posto, in quel momento vedremmo piccole anatre nere, dalle ali corte e spinose e dal fortissimo verso sgraziato, piombare a centinaia, frenetici e accecati dai bagliori, sulle belle Anatre Spira, disposte in paziente attesa in mezzo allo stagno.

Questo è spesso il destino agrodolce di chi si espone in bell’ordine.

530 l’Infante

193 la Sogliola di terra

 

il Pentapode

019 il Bellodentro

Tutti sanno che il Bellodentro sa cantare. Eppure, nonostante la recente posa di un certo numero di sonar nelle Valli di Comacchio, cioè là dove sono stati registrati alcuni possibili avvistamenti di questa orribile anguilla, nessuno l’ha ancora mai ascoltata direttamente. Eccetto naturalmente il Fisiologo, che in una spedizione leggendaria – durante la quale riuscì ad ascoltare prima il tuono della Scala (n.4), poi la tripla melodia del Tucanoflauto (n.104) ed infine il lungoparlare del Biliotecario (n.140) – decise di tentare anche l’ascolto della già allora famosissima melodia bellodentrale.

L’anonimo autore del Canzoniere del Santo Raglio (sonetto XXVI – Sporse la barba guancia in su la riva), evidentemente basandosi su una testimonianza oggi perduta, in questa maniera reca traccia dell’impresa (il Canzoniere del santo raglio è consultabile e liberamente scaricabile dalla sezione e-book):

Sporse la barba guancia in su la riva

Ove’l saggio ‘l corpo dondolando tese

E venir da l’acqua un sòno intese

Dolce più che miele: parea di piva.

Intinse ‘l bianco viso ne l’acqua diva

E restovvi almeno almeno un mese

Sì che co’l cul parve già a maggese

Quando la gran sua vesta tremando giva:

Un pesce grosso e brutto per davvero

Morsegli il naso e qualcosina in più

Sì che il grand’hom ne balzò fora.

Co’l viso monco gli parve ben sincero

Il celeste canto partito di laggiù

Che nïuno mai l’avea sentito ancora.

Non c’è modo oggi di sapere se questo sia stato il primo e unico ascolto del Bellodentro o se ne seguirono altri. “Nei secoli” – scrive infatti Antonio H. Perelli1 – “il racconto del mondo ad opera della cultura neoplatonico-fashionista, ampliata e deformata dalle figure-mito della puttana angelicata e dell’uomo-dal-pene-palestrato, ha portato a perseguitare il gracile e il brutto, come fonte certa di fastidio, quando non di malasorte o di estraneità mortifera.(…) Tutti i documenti e le immagini riguardanti animali che non fossero centauri atletici, ippogrifi eleganti o delicate fatine con le alucce, già prima della Controriforma sono stati disapprovati e ignorati dalla cultura dominante, che poneva il bello sia sulla croce sia sul trono, e lasciava che la sopravvivenza del brutto fosse recintata nella pattumiera visiva dell’horror, del porno e del delitto.”

Oggi – dopo tale epocale pulizia etnica – pochi sanno accogliere nella loro vita, con gioia e senza imbarazzo, l’inciampo e il ruvido, la fanghiglia e il bruciore, lo sgraziato e il  non-voluto.

Ciò che si sa delle bestie

Il silenzio colpevole che mi separa dall’ultimo post, non è stato frutto di pigrizia. Tutt’altro. Non solo ho continuato a disegnare il De Bestiarum Naturis e con sempre maggiore lena (il che vuol dire che sono comunque lentissimo), ma ho iniziato anche a scriverlo. Ogni bestia avrà un suo testo di riferimento. Ovviamente, non penso ad un testo illustrativo-didascalico. Penso ad un testo creativo che usi il disegno come pre-testo e che quindi dovrà comunque camminare sule sue gambe, senza chiedere aiuto all’immagine.

Scrivere un bestiario di 999 tavole è un’impresa ciclopica, lo so. E probabilmente non avrò il tempo materiale di completarlo. Oltre ad un testo legato all’immagine (racconto, poesia, relazione scientifica che sia), sto infatti realizzando anche le opere che il testo cita.

Per esempio, la scoperta del Bellodentro (De Berstiarum Naturis n.19) viene raccontata come una delle più straordinarie avventure del Fisiologo, riportata però solo da un sonetto contenuto nel “famoso” Canzoniere del Santo Raglio, del XVI secolo. E ora sono impegnato a scrivere – in parte secondo gli stilemi della poesia giocosa e burchiellesca – questo piccolo canzoniere di 30 sonetti, 1 canzone, 3 trastulli e 1 predica alle signorine.

L’idea di fare delle opere “per digressione” dal filone principale è per me una tentazione enorme: che Sterne e il suo Tristram Shandy mi proteggano e mi diano tempo!

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