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Archive for giugno 2008

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Andrea Pedrazzini e il suo Bestiario “su di giri”

di Sabatino Cersosimo

http://www.pagina.to.it/index.php?method=section&action=zoom&id=572

                                   

Chi passa quotidianamente (ma anche chi non lo fa affatto o chi lo fa di rado) nella Galleria Subalpina (quel gioiello architettonico che collega Piazza Castello a Piazza Carlo Alberto, nei cui pressi abitò per alcuni mesi Friedrich Nietzsche) deve assolutamente fare una sosta, e rilassarsi -ma con attenzione- nella Galleria Davico, dove è esposto il De Bestiarum Naturis di Andrea Carlo Pedrazzini.

I quarantadue fogli inchiostrati da mani abili e mente sapiente, sono solo una parte di quei novecentonovantanove che comporranno il bestiario “su di giri” dell’artista milanese.

Perché su di giri? Perché gli animali rappresentati hanno una prima apparenza familiare, ma a ben guardare, l’atteggiamento che manifestano è tutt’altro che “bestiale”.

Con una concezione che si allaccia ad una certa mitologia classica (ma spingendosi fino ai cartoni animati e fumetti di epoche ben più recenti) che innumerevoli pagine ha dedicato a creature chimeriche infondendo alle bestie tratti della personalità (e anche della fisicità) umana e viceversa, Pedrazzini si è divertito letteralmente come un matto (non può che essere così – guardare per credere!) a mettere cervelli umani in testoline animali, a cucire protuberanze e prolungamenti di vario genere (talvolta anche scostumati, tiè!) sui corpi di questa mirabile e simpatica fauna, affibbiandole atteggiamenti e titoli che chiederebbero ormai solo più l’uso della voce.

Dal tono di queste parole, e soprattutto dalle immagini che le accompagnano, avrete capito che non siamo di fronte alle creature mostruose di Mary Shelley, né alle gorgoni della mitologia greca, né tantomeno ai demoni di Bosch.

Non ci si sente schiacciati dal peso della cultura di Pedrazzini, che pure muove le scelte dell’artista. Quella -la cultura- emerge dalla sensazione di impenetrabilità dei dettagli dei disegni, se mai fosse necessario trovarne la chiave di lettura. Ma per fortuna sono l’ironia, la grazia, e una certa indolenza, a farla da padrone.

Ognuno dei disegni esposti richiede una certa attenzione, che sarà distribuita tra lo studiare le figure e leggere gli appunti (scritti con l’alfabeto latino o con chissà quale altro alfabeto ghirigorato e sconosciuto) e i titoli annessi (mai scindibili). Queste opere sono costruite infatti secondo i canoni delle tavole naturalistiche del XVIII secolo, che prevedevano l’animale, rappresentato perlopiù di profilo, e una serie di note descrittive che rimandavano a una legenda esplicativa. Che nelle tavole di Pedrazzini è assolutamente invisibile. L’enigmaticità di ciò che egli sceglie di rappresentare è fondamentale attributo di opere che risultano così misteriose ma rassicuranti.

Gli animali sono gli indiscussi protagonisti, gli animali e la loro “natura”, mai davvero comprensibile ma al contempo familiare e più vicina a quella umana di quanto razionalmente si possa pensare.

Simpatici topolini con zampette da uccello, rane con lunghe code, uccelli di varia specie (spesso ibridi) con prolungamenti di arti e altri dettagli. Le alterazioni metamorfiche sono alternativamente personali prigioni -forse frutto della fantasia degli animali stessi o dell’uomo che osserva- o eleganti estensori della personalità.

È un’arte colta, che non disdegna riferimenti dichiarati a Piranesi (alle sue Carceri – veri e propri universi più che architetture) e a Magritte (tra i più alti esempi della concezione dell’assurdo nell’ordinario).

Pedrazzini unisce il dato scientifico a quello immaginifico, come succedeva con le “chimere” dell’antica mitologia, ma non dimentica la lezione di Plutarco e del suo “atto di solidarietà nei confronti di questi testimoni muti della nostra tragicommedia. Se il demiurgo dell’universo ha voluto innalzare un muro di silenzio tra noi e gli animali, imprigionando noi e loro in un linguaggio reciprocamente indecifrabile, egli non ci impedisce di condividere ciò che ci rende tutti, uomini e animali, eguali, ovvero il comune sostrato di vita, il fatto di essere creature incarnate in un corpo in grado di assaporare la semplice sensazione di essere” (Massimo Rizzante, autore del ricco testo in catalogo).

Pedrazzini è artista poliedrico: ex illustratore-principe dell’inserto Cultura de Il Sole 24 Ore, si è prestato spesso e volentieri alla creazione di installazioni-invenzioni da illusionismo fiabesco che fondevano pittura, scultura e meccanica.

Le tavole della mostra alla Davico sono eseguite con una tecnica estremamente raffinata. Il fitto tratteggio a china è alternato ad inserti di carte e, più raramente, a tocchi di colore (rosso soprattutto) che costituiscono un palinsesto espressivo accanto a quello ideologico-simbolista. È sempre affascinante scoprire la corrispondenza di linguaggio e significato: la stratificazione di significati (da quello più evidente a quello più recondito) si accompagna alla diversificazione delle tecniche impiegate.

Queste opere inconsuete sono costruite con la più attenta e meticolosa devozione condita di uno scalcinante entusiasmo.

E ora? Che altro manca?

Dopo tutti i vari centauri, treppiedi, tappi, lemuri, mediolani, alicorni, “il” folla, ci vorrebbe forse il pedrazzini, immaginato come i suoi animaletti multiformi e multidotati, con mille braccia, mille mani e mille dita, tutti gli arti e i nervi del suo corpo rivolti ai disegni di quei suoi mille, anzi novecentonovantanove amici pennuti ossuti pelosi piumati squamati.

 

 

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da: Il Corriere dell’Arte – 13.06.2008

 

 

La creazione dell’animale ipotetico

Il  “De Bestiarum Naturis” di un disegnatore virtuoso

 

di Gianfranco Schialvino

 

 

L’opera di Pedrazzini

conosce ulteriori inedite creature

che nascono dalla combinazione

di elementi reali,

artisticamente contaminati

in metamorfosi pressoché infinite

 

 

 

 

 

 

Una miscellanea di curiosità zoologiche, di episodi fantastici spigolati nelle innumerevoli Historiae animalium e nei più disparati Physiologus che affastellano tutta la storia delle letterature gre­ca, latina e medievale, im­preziositi con la pantagruelica erudizione borge­siana e, ça va sans dire. con il suo saper volare a leggere nei sogni l’impossibi­le, per poi ridiscendere a rac­contarlo: ecco il compendio del raffinato albo enciclopedico dal titolo “De Bestiarum Naturis che un artista intriso di cultura quale Andrea Carlo Pedrazzi­ni espone alla galleria Davico per la chiusura della stagione.

Emilio Gargioni pareva aver smorzato nell’umido delle piogge di maggio i lampi del­le sue fantasmagorie oniriche, accalappiate qui e là, dalla lan­de di Russia alle balze di Cavoretto. ed invece eccolo a sor­prenderci con un ultimo colpo d’ala organizzando una mostra tutta giocata sull’alchimia del nero, proponendo le illusioni cromatiche di un brillante vir­tuoso del disegno tracciato a inchiostro di china, che appunterei, in agenda, nella schiera dei paradossografi. tra l’ar­guzia di Voltaire. la leggerez­za di Plutarco, e le parossistiche, angoscianti, alcoliche visioni di Poe.

Andrea Pedrazzini – milanese cinquantenne, illustratore fuoriserie, ex do­cente all’Istituto Europeo del Design ed alla Scuo­la Arte Design, guru del­la comunicazione – ha iniziato il suo bestiario nel Duemila, raccoglien­do 999 tavole che esplo­rano un mondo da sempre sca­turigine di fantasie irrefrenabili in chi cerca nella natura i confini, ahimè sempre più labili in una Terra diventata stret­ta, dell’ignoto (Dante ed Ario­sto indagarono la mitologia, Marco Polo quell’Oriente che Baudolino andrà a riscoprire, Al-Yahiz l’isola che cammina, ed il codice di Exeter i mostri delle terre che la nebbia na­sconde; i marinai di Verne sa­pevano dei mostri dell’oceano e gli eroi di Salgari delle belve della giungla; gli esploratori di Lovecraft percepivano le an­goscianti creature degli abissi della mente e il Saint-Antoine di Flaubert la dolcezza ambigua di quelle mistiche della fede).

L’opera di Pedrazzini conosce ulteriori inedite creature che na­scono dalla combinazione di elementi reali, artisticamente contaminati in metamorfosi pressoché infinite: incastri. prolungamenti. escrescenze, pro­tuberanze; creste, code, ciuffi, becchi; uccelli, pesci. rettili, sti­racchiati e ristretti, dilatati e rappresi in accostamenti e relazioni insospettabili.

Le immagini contorcono ed accaval­lano i nessi, generando con lo scompiglio degli attribuiti visuali simpatici mostri (cose mi­rabili a vedersi), un universo teratologico dove l’anatomico ed il meccanico condividono lo morfologie, completando ed ottimizzando funzioni insperae, contagiati dalle forme degli oggetti che li circondano. In una zoologia dominata da leggi evolutive che si fondano sulla metafora e sulla metonimia, in una condensazione di immagini avvolta in un aura fiabesca che esclude l’inquietudine ed aborre l’incubo e l’angoscia, per adagiarsi nelle forme riposanti della gaia scienza.

C’è anche la possibilità di una lettura (la indica Massimo Rizzante nella presentazione alla mostra) più adeguata al metodo della “Historia animalium” aristotelica, intesa a distinguere le specifiche conformazioni della bestia, individuando le differenze che ne caratterizzano le specie. In questo caso Pedrazzini implementa con arguzia la sistematica del grande stagirita colmando le lacune che la sua ‘teoria delle quattro cause” ha qui e là forzatamente, dati i tempi, lasciato: munendo un topo di gabbietta al seguito, fornendo al tapiro una gualdrappa brigliata, il formichiere di guépière, la ranocchia di molle supplementari, il lemure di trampoli e così via, “ è necessario che certe parti sussistano in riferimento delle loro azioni: chiamo azioni la generazione, la locomozione, l’accrescimento e quant’altre appartengono agli animali; chiamo invece parti il naso,l’orecchio, il viso…” (Aristotele, “De parti bus animalium”, I, 5, 645b). Ed ove necessitino specifiche glosse a commento, eccole pronte con acribiche e particolareggiate spiegazioni, ovviamente stilate in disegno perfetto, materializzate in un agevole corsivo di impronta semitica, affatto conforme alla lectio del moderno Codex Serafinianus.

Si potrebbe infine prospettare all’opera di Andrea Pedrazzini una valenza filosofica. Magari evoluzionistica, che so, scomodando Darwin o Bergson e scavalcando di brutto la fissità delle Sacre Scritture. Se infatti la priorità dell’azione, intesa come causa finale, intende delineare progressivamente le strutture degli animali. secondo l’assunto che il fine secondo natura è ciò che viene raggiunto nel processo del divenire, il nostro artista. nel pieno rispetto dell’autonomia creatrice dell’artista, dà una bella mano all’opera del “massimo fattor, che volle…del creator suo spirito più vasta orma stampar” (Manzoni).

Ma ecco che (qualcuno dirà ‘‘era ora, finalmente!”) mi sfiora il dubbio. Con ‘sto po’ po’ di pinzillacchere, sarò mai riuscito a far capire che sto parlando di un artista davvero bravo, e che vale davvero la pena di trovare qualche minuto per passare in Galleria Subalpina e fermarsi a vedere una gran bella mostra? Chissà…

 

 

Galleria d’Arte Davico

Galleria Subalpina. 30 Torino

Andrea Carlo Pedrazzini

Fino al 12 luglio 2008

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