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Archive for gennaio 2014

880 il Pantano

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582 il Gobbetto

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139 l’Esploratore

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185 l’Oggi

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I grilli gotici

“L’Antichità greco-romana possiede due volti: da una parte, un mondo di dèi e di uomini dove tutto è eroico e nobile nello schiudersi di una vita possente e organica, e, dall’altra, un mondo di esseri fantastici dalle origini complesse, spesso venuti da molto lontano, e che presentano mescolanze di corpi e di nature eterogenee. Eppure si tratta della medesima visione di un’epopea fatta di elementi e aspetti molteplici, che costituiscono un universo completo e unico.
Non così è nella storia delle sue sopravvivenze. Il Medioevo, che non ha mai perso contatto con l’antico sostrato, si volge ora verso l’uno, ora verso l’altro di questi aspetti. E allorché attraversa un periodo ‘classico’ cerca i fondamenti di un’armonia e una immagine dell’uomo.
Quando questa stabilità viene alterata, quando le metamorfosi delle forme e dello spirito scatenano la fantasia e l’immaginazione, ecco che ritroviamo il mostro e la bestia, e le stesse divinità dell’Olimpo rivestono spesso un carattere selvatico, quasi animale. Con questo spirito vi ha generalmente attinto l’iconografia romanica. Il fenomeno ricompare nel Duecento e si sviluppa con il disgregarsi del classicismo gotico. L’Antichità mostruosa si sostituisce progressivamente all’Antichità umanista. La mitologia moralizzata si snatura. Perfino il quadro delle sfere celesti si popola di costellazioni zoomorfiche, risuscitate e orientalizzate dagli Arabi. In uno studio sulla cosmografia cristiana, abbiamo mostrato come i temi dello Zodiaco, delle rose dei venti, dei planisferi ellenistici che, introdotti nel Medioevo hanno costantemente cambiato di contenuto, rinascono dopo il Duecento sovraccarichi di figure simboliche e trasposti in nuovi ambiti. L’Islam ha contribuito in modo assai rilevante a questa ritrasmissione, ma il risveglio avviene anche direttamente. Nell’iconografia gotica nasce e si diffonde tutta una serie di creature strane, ignorate o poco conosciute nel XII secolo, e, in primo luogo, i mostri ottenuti per combinazione di teste.

Dalle Heures di Thérouanne, fine del Duecento

Il tipo rudimentale di questa specie sostituisce l’intero corpo con una faccia. Compare già, verso il 1220, nel soffitto di Metz. Fra i numerosi esseri fantastici ve ne sono due composti da una testa umana e da zampe attaccate direttamente a essa, senza ventre e senza tronco. In uno la nuca è ornata da una coda e alle orecchie si sostituiscono braccia che reggono uno scudo e brandiscono un’arma; l’altro, sulle due zampe, non ha che una testa barbuta. Nonostante queste riduzioni anatomiche, essi sono di una sconvolgente vivacità. Ritroviamo il mostro sul pavimento di Gournay (XIV secolo), a Hereford (1380) e a Lynn (ca. 1415), nei rilievi degli stalli del coro. Il motivo, poi, è assai diffuso nella decorazione dei manoscritti.
[…]
Composizioni analoghe vengono fatte anche con teste di animali. Nelle Apocalissi anglo-normanne si vedono le fauci del Leviatano trottare dietro la morte che cavalca il cavallo pallido dell’Apertura del Quarto Sigillo. Il testo: “E l’Inferno lo seguiva” (Apocalisse, VI, 8), è illustrato letteralmente:

Un cheval padle qi li sist
Son noun fut mors e enfer li suit

Nell’Apocalisse di Tolosa queste fauci sono piene di diavoli ghignanti, dai nasi adunchi. Nel manoscritto di Dresda esse sputano fuoco. Questo Inferno che segue la Morte è il solo che spiega perché la testa del Leviatano possieda talvolta delle membra anteriori, anche nella Discesa al Limbo.
Queste combinazioni possono essere più complesse: spesso sulla prima testa se ne innesta un’altra con un lungo collo. Su un medaglione del basamento della cattedrale di Lione (1310-1320), una maschera barbuta con zampe di cavallo ha sulla nuca un’escrescenza che termina in una seconda testa umana più piccola; il Salterio di Douai (1322-1325) ne mostra diverse varianti dove, a volte, il naso del viso inferiore si allunga e si trasforma in una coda. Nel Salterio Louterell (1340) e in un manoscritto di Cambrai (XIV secolo), la seconda testa è quella di un uccello, altrove quella di un cane o di un felino.

Dalle Heures di Thérouanne, fine del Duecento

I primi libri stampati hanno fatto largo uso di queste combinazioni nelle iniziali e nelle vignette. Su un foglio volante del 1548 l’animale si drizza su una colonna, come il serpente di bronzo in mezzo alla folla. La faccia che ha sul petto vomita fiamme e, sopra, si levano tre teste con i colli intrecciati, e una di esse porta il triregno: è la chimera di Babilonia, Satana, il Papa, messo in caricatura dalla Riforma. Il mostro dal lungo collo sormontante una faccia umana è sopravvissuto a lungo. Lo si ritrova nell’iconografia popolare fino al XVIII secolo.”

 

da Jurgis Baltrusaitis, il Medioevo Fantastico, Mondadori 1979 (1955)

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388 il Grillo Corridore

388 il Grillo Corridore

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Soldatini

Scaricabile dall’apposita pagina, un altro ebook : l’Album dei Soldatini.

Se volete potete pure colorarlo; anzi, sarebbe proprio quella l’idea: chi lo scarica, lo stampa e lo colora.

Poi magari mi fa sapere.

La mia versione a colori è già pronta e potremmo confrontarla.

 

 

 

Figurina 11

 

 

 

 

 

 

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nuovo ebook

Nella pagina degli ebook ho aggiunto la prima parte del catalogo generale del De Bestirum Naturis, che va dal disegno “0” al disegno “96”. Ciò per vedere più da vicino il progetto.

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da “Parole sul buio”

121

Nel DBN rappresento e sperimento la meraviglia di fronte alla varietà delle forme che mutano; i disegni evolvono tra loro come specie viventi, si adattano, soffrono, muoiono, si trasformano casualmente, si separano rendendosi irriconoscibili l’uno all’altro. È questa la bellezza, qualunque sia la forma che un singolo disegno assuma.
In questa prospettiva, ogni opera ha senso anzitutto come frammento del percorso e non vale in sé: non raggiunge una bellezza astratta o già condivisa ma ne incarna una imprevedibile e imprevista, singolarissima e universale. Da qui, poi, ogni opera può crescere in profondità e complessità, e arricchire così, trasformandolo, il proprio senso e le proprie relazioni.

122
So bene che mettersi a scrivere di vero, di pensiero scientifico ecc. è come buttarsi volontariamente in un labirinto affollato, dove tutti cercano l’uscita e nessuno la vuole trovare sul serio. L’arte-intrattenimento (che si appoggia sul senso comune pop e lo enfatizza in immagini o operazioni ingigantite e “maravigliose”) è così popolare e remunerativa per chi la fa, per chi la distribuisce e per chi la colleziona (ma anche così indifferente al resto delle persone) che difficilmente un invito alla sobrietà e alla “verità” avrà il minimo ascolto. Eppure non vedo altre strade oneste, almeno per me, che quella di cercare o di vivere ciò che io, laicamente, ho capito essere vero. E ho capito anche che non è possibile separare la mia idea di vero dal modo in cui esprimere questa idea.

124
Non si può pensare di fare arte se c’è separazione tra ciò che so essere vero e il modo in cui esprimo questa verità. Se so che la teoria dell’evoluzione è la legge fondamentale delle forme viventi, per esprimerla artisticamente devo realizzare/vivere l’evoluzione, non illustrarla in un’immagine potente e finale, alla Cattelan. La natura non procede per capolavori; perché mai l’arte dovrebbe invece farlo?

125
L’artista appartiene a ciò che sa.

126
Una frase tipo “le forme mutano in base ad una serialità precedente e in rapporto al contesto in cui esprimono tali mutamenti” riguarda la vita sulla terra, riguarda l’evoluzione delle idee e riguarda la mia immaginazione.

127
La “meraviglia” di cui ogni tanto parlo non è (più) per me la meraviglia barocca di chi, di fronte alla mirabile varietà delle forme del mondo, si getta nell’impresa folle e romantica di collezionare l’infinita variazione, vedendo nel diverso il paradigma del bello o, perlomeno, l’interessante da vedere e conservare nelle Wunderkammer.
Il DBN è nato da questo atteggiamento prescientifico, seicentesco che è la base del mio modo di lavorare. Ciò che mi meraviglia oggi però non è la singola diversità, ma l’accumulo dell’uguale, la ripetizione; è da qui che si producono modificazioni minime che portano alla variante. Procedere per varianti, evolvere piano piano, ripetere facendo errori: questo è la meraviglia.
La strada che ci si apre davanti dopo aver sbagliato strada.

128
La ripetizione imperfetta è il bello.

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584. il Ghiaia.

Scrive il Fisiologo: ”Tre sono i nemici dei Ghiaia: l’Elefante, l’Uomo e l’Acqua.
Il primo, indifferente a tutto, mentre va alla foresta, li calpesta con tale forza che ne fa strage, lasciando i pochi sopravvissuti nel lutto più cupo e disperato. Il Ghiaia chiama “terremoto” questi massacri e si sbaglia di poco.
L’uomo, soprattutto in gioventù, è il secondo nemico di questa piccola bestiola; egli infatti, giocando o godendo di un raro momento di serenità, si diverte a gettarlo, anche a gruppi, lontano, osservandone il volo innaturale. Cadendo a così grande distanza, nessun Ghiaia riesce più a tornare dai suoi cari. Le famiglie restano divise per sempre e, chiamando “Guerra” queste scomparse improvvise, anche stavolta si sbagliano di poco.
Per terzo, il Ghiaia ha come nemico l’acqua, che travolge le loro città come fossero di carta e le getta nei buchi più oscuri, le annega in terreni resi paludosi o le accatasta in orribili mucchi soffocanti. I Ghiaia superstiti chiamano “Fatalità” questi disastri e qui, purtroppo, si sbagliano di grosso.”

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