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Archive for the ‘testi’ Category

Nella pagina degli ebook in pdf, in fondo, il libretto fotografico “Walking on the leaves’ side”.

Thanks for watching, thanks for walking.

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Nella pagina degli ebook (ben in fondo) potete trovare il link per scaricare il prezioso volume dei Pluralia Tantum, edito da pochi minuti. Prossimamente sarà anche disponibile l’ancor più preziosa e attesa Antologia dei Pluralia Tantum la quale, lungi dal mostrar semplici sagome, entrerà nel dettaglio e, per così dire, nel vero e proprio mondo interiore (e singolarissimo) dei Plurali.

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545

il Laberinto

 

Nella fondamentale raccolta Miti Ritornati alla loro Vera Lezione, di ignoto quanto benemerito autore novecentesco, si legge una storia dal titolo: “Come fu che Dedalo tragicamente perse due figli, uno nel sole e l’altro nella polvere. Ovvero il figlio dimenticato del costruttor di labirinti”.

Si racconta che “Dedalo, scultore e architetto nipote di re, famoso in tutto il mondo di allora, era talmente ammirato che tutti gli Ateniesi erano pronti a testimoniare di aver visto le sue meravigliose statue di marmo aprire gli occhi, girare la testa, parlare con i passanti e scagliare fulmini, se si trattava di Zeus, o la picca, se era Minerva a perdere la pazienza. Inventò l’ascia, la sega e mille altre diavolerie moderne che però uscirono dalla sua bottega a fatica e perlopiù dopo la sua morte, tanto era geloso. Tenne per sé la sua sapienza e arrivò addirittura a uccidere il suo stesso nipote e allievo, Talo, affinché nessuno sapesse che il giovane lo aveva superato nell’arte di animare il marmo.

La vera punizione di Dedalo non fu l’esilio da Atene e nemmeno il Laberinto, l’esilio ristretto e ben più severo dentro cui lo aveva condannato Minosse, il quale, senza però saperlo, anticipò così i crudeli contrappassi danteschi. La sua punizione fu la perdita dei figli.

La prima perdita è famosa, perché avvenne alla luce del sole, al suo calore: Icaro, nell’indifferenza del mondo (come testimonia il Bruegel), morì per aver troppo amato il volo e le sue altezze. Come sappiamo, infatti, le ali posticce che gli avevano permesso di alzarsi in aria e abbandonare la prigione di pietra, si staccarono in volo e il giovane, dopo aver guardato il padre con gli occhi sbarrati di una statua, cadde in mare come la prima goccia di un temporale in arrivo.

L’altro figlio, Acaro, – la seconda perdita – non aveva ancora indossato le ali di cera quando il padre e Icaro, dimenticandolo, volarono via come cornacchie. Restò nel Laberinto. Ovviamente cercò subito un’uscita, anche se sapeva che non l’avrebbe trovata; ci provò ugualmente, percorrendo mille volte quegli immensi viali di pietra, perdendosi dietro angoli che aveva girato poco prima e che non portavano a nulla, seguendo inutilmente i mille rivoli d’acqua del Laberinto e costruiti per tenere in vita il più a lungo possibile chi si perdeva tra quelle pietre. Con i sassi che trovava in terra graffiò i muri che esplorava, spesso senza accorgersi di averlo già fatto; aprì centinaia di porte che sembravano messe a caso, a metà di un corridoio infinito o tra un muro e l’altro; guardò da finestroni aperti su muri sbiancati dal sole o sepolti nel buio, su vicoli deserti e cortili muti, dove le ombre degli uccelli proiettavano a terra sottili fantasmi di persone, animali, vita vicina. E per un po’ gli piacque esplorare quelle stanze abbandonate ma inondate di luce e polvere brillante, quegli appartamenti colossali e inutili, dove tutto sembrava dovesse accogliere a momenti le feste del re assassino o cerimonie notturne piene di torce e di folla urlante: era invece l’unico che poteva assistere a quei trionfi mai avvenuti.

Quando cominciò a sentire di non avere più tempo, che l’impaziente dolore della fame lo accecava, si accorse che quel folle deserto di pietra era così simile a suo padre da esserne una specie di ritratto e che i tagli d’ombra su quelle mura gigantesche, le luci tremule dei mille lampadari in steatite, i soffitti d’oro, le storie dipinte ovunque non erano altro che la tela di un ragno e che la sua sarebbe stata la semplice morte di un insetto, niente di più.

Si sedette all’ombra di un muro di cui non vedeva la fine e, senza piangere, senza gridare, aspettò di essere dimenticato.”

 

Va qui ricordato, e lo segnala di sfuggita anche la Presentazione del Miti Ritornati, che l’avventuroso archeologo inglese Ed Dawn cercò anni fa di ricostruire il solitario percorso di Acaro all’interno del Palazzo di Cnosso e del Laberinto. Delle sue esplorazioni di allora – chissà se avvenute realmente e in quali condizioni scientifiche – resterebbe un quadernetto (noto come Acarus Traces) sul quale il Dawn avrebbe segnato mappe, riportato graffiti attribuibili forse allo stesso Acaro e ricostruito frammenti di percorsi all’interno del grande labirinto. Purtroppo, oggi di questo quaderno restano solo nove pagine, recentemente pubblicate.

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876-le-lumache-di-monsieur-poux

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

le Lumache di Monsieur Poux

 

Questa storia dovrebbe intitolarsi L’orto di Monsieur Poux, generale a riposo.

Eppure alcune incresciose circostanze, che hanno profondamente influenzato i destini futuri sia dell’orto sia del generale, porterebbero a considerare più indovinato un titolo quale Le verdure scomparse di Monsieur Poux e le tracce di bava oppure, più efficacemente, Poux e le bave misteriose.

Poiché gli avvenimenti intorno alle tracce sopra accennate si svolsero nell’arco di alcuni mesi e con una certa aggressività da parte dei soggetti coinvolti (contadini esperti e aiutanti di campo compresi) si è pensato a un titolo più pianamente descrittivo, La Guerra di Monsieur Poux alle Lumache di Laborie, che sapesse introdurre un avvincente e completo resoconto bellico e dividere la ponderosa materia in capitoli quali Monsieur Poux e gli assalti all’arma bianca, I terribili veleni inventati da Monsieur Poux e infine Gli sfiati gassosi e mortali di Monsieur Poux; capitolo, questo, che naturalmente andrebbe collocato appena prima di quello, molto meno marziale, dal titolo Monsieur Poux, sconfitto da se stesso, fugge in Sanatorio.

Tali vicende guerresche, in parte ridicole e in parte realmente distruttive, e istruttive, sembra che abbiano poi portato la vicenda a un insperato culmine, a una vera e propria, ma piccola, apoteosi; ecco perché potrebbe essere più appropriato un titolo diverso, per esempio Come fu che la convalescenza bellica di Monsieur Poux si trasformò in amorosa oppure qualcosa del tipo Incontro di Monsieur Poux, ferito nell’onore, con Madame Vidanque nel moderno Sanatorio di Vic sur Serre.

Infine, con un semplice e ottimistico Fuga d’amore di Monsieur Poux e di Madame Vidanque verso destinazioni purtroppo ignote a Monsieur Vidanque si potrebbe introdurre l’ultimo capitolo e chiudere l’intera vicenda, ma ciò soltanto se l’editore rifiutasse di pubblicare quello che agli autori piace considerare come il vero ultimo atto della storia: una sorta di illuminata riflessione finale, parzialmente moraleggiante e quasi completamente panoramica, dal titolo agrodolce di Festeggiamenti delle Lumache nell’orto che fu l’orgoglio del Generale Poux e che la bella Madame Vidanque purtroppo non vide mai.

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INTRODUZIONE

 

Chi ha pensato o scritto quello che leggerete è il Lupo, il predatore in cima alla catena verbale, l’ultimo leggendario ideovoro.

 

La sua natura lo porta ad affascinare le persone senza inquietarle, senza farle soffrire, senza essere visto e anzi dando loro a piene mani l’impressione di essere finalmente davanti a una via d’uscita, a un’occasione insperata di felicità.

 

Il Lupo capisce le persone senza amarle; si avvicina, recita l’attenzione e la cura, si immedesima nelle frasi che ascolta e le sa proseguire improvvisando, consolando, fantasticando, seducendo. Si inserisce nelle narrazioni altrui come un attore nascosto nelle loro povere recite.

 

Viene accolto in casa, a tavola, nel letto e lui, pur attento a restarne fuori, entra dappertutto.

Anche se è la palude di una ragazza zittita o sono i prati grigi di un uomo che rallenta il passo o la galleria infinita dentro cui si perde un ragazzo dimenticato o anche se sono i lampi rossi di chi ha un coltello tra le idee, quel dappertutto non è mai un luogo vuoto: il Lupo deve farsi spazio. Per questo, induce la coincidenza, la suggestione e la somiglianza; per questo nei discorsi inietta le alternative che svuotano (e non quelle che arricchiscono), i dubbi che paralizzano (non quelli che articolano) e le spiegazioni che rassicurano (e non quelle che portano conoscenza).

Usando queste pienezze per creare il vuoto, la bestia crea un bisogno nuovo, ritagliato su se stesso, aumentato ad arte e di cui – poco a poco, come da dietro una tenda spostata dal vento – lui appare come l’unica soluzione pensabile.

È presente, assiduo, gentile, comprensivo, di poche intense parole. È il parassita che si nutre di crolli e per questo li alimenta negli altri, rendendoli più umani e attenuando con la fantasia quell’ansia che ogni incertezza porta con sé: mentre divora, il Lupo mostra alle sue vittime panorami meravigliosi, rilassanti e a portata di mano. Mentre uccide, canta la ninna nanna, offre l’ultimo sogno, racconta l’ultima storia non sua.

 

Le scene in cui finge di vivere coincidono con la sua vita: altrove, non ha nessuno ad aspettarlo. Anche quando (o se) torna a casa, torna in un rifugio dove recita la parte più facile, dove può rilassarsi senza cambiare, dove il copione non ha nemmeno bisogno di essere scritto, perché chi condivide con lui il rifugio è ormai sedotto, legato alla sua stessa prigione come un cane alla catena, come un cucciolo alla tana.

 

E al Lupo non importa né di cuccioli né di tane.

 

 

 

 

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433. il Kiwi Umano

433 il Kiwi Umano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Inizio il 433. il Kiwi Umano usando la fotocopia di un vecchissimo disegno che avevo fatto negli anni ’90 per un inserto curato da La Gola sull’Unità e che ritaglio. Tratto la fotocopia con china e pastello bianco (per ridurre la grossolanità della fotocopia) e la incollo su un foglio ruvido Fabriano, di quelli che uso molto spesso. Con la matita disegno le ali che il Kiwi si è costruito. Ali leonardesche o piuttosto primonovecentesche: artigianali, improbabili e sovrabbondanti. Infatti, un’ala esce dalla cornice. Inizio a passare la china e l’ombra d’appoggio mi viene troppo lunga; disegno allora la coda, in forma di timone aereo, incastrato nell’ano della povera bestia. Il becco, che nel disegno di vent’anni fa cercava cibo a terra, qui tiene una cordicella che dovrebbe muovere l’intero meccanismo. Difficile capire come funzioni con una sola corda. Ce ne vogliono due e allora aggiungo una seconda corda, che muoverà l’ala più indietro e più buia. Troppo buia. Ci vuole una sfumatura, una trasparenza, altrimenti il salto di luce tra le due ali è troppo forte. L’ala “dietro” adesso traspare su quella davanti, che sembra improvvisamente troppo bianca. Ci vuole un po’ più di spessore. Il meccanismo resta difficile da leggere e allora aggiungo le lettere che rimandano ad una falsa legenda, come nelle antiche illustrazioni scientifiche. Perché una falsa legenda? Sarebbe bello se fosse vera. La scrivo e poi, terminato il disegno, la proseguirò poeticamente, quasi come opera autonoma.
L’ultima lettera della legenda è la X, che indica il vuoto, di cui il Kiwi ha avuto talmente paura da essersi privato delle ali. Il vuoto, che è il nemico giurato del Kiwi come del disegno. Così come il disegno è un gettarsi nel vuoto, il Kiwi – buttandosi con le sue ali improbabili – diventa umano, finalmente. La parte “poetica” della legenda sarà un progressivo gettarsi nel vuoto dell’arte.

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