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inchiostro di china e smalti su carta

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Nella pagina degli ebook (ben in fondo) potete trovare il link per scaricare il prezioso volume dei Pluralia Tantum, edito da pochi minuti. Prossimamente sarà anche disponibile l’ancor più preziosa e attesa Antologia dei Pluralia Tantum la quale, lungi dal mostrar semplici sagome, entrerà nel dettaglio e, per così dire, nel vero e proprio mondo interiore (e singolarissimo) dei Plurali.

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589-il-capriccio

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876-le-lumache-di-monsieur-poux

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

le Lumache di Monsieur Poux

 

Questa storia dovrebbe intitolarsi L’orto di Monsieur Poux, generale a riposo.

Eppure alcune incresciose circostanze, che hanno profondamente influenzato i destini futuri sia dell’orto sia del generale, porterebbero a considerare più indovinato un titolo quale Le verdure scomparse di Monsieur Poux e le tracce di bava oppure, più efficacemente, Poux e le bave misteriose.

Poiché gli avvenimenti intorno alle tracce sopra accennate si svolsero nell’arco di alcuni mesi e con una certa aggressività da parte dei soggetti coinvolti (contadini esperti e aiutanti di campo compresi) si è pensato a un titolo più pianamente descrittivo, La Guerra di Monsieur Poux alle Lumache di Laborie, che sapesse introdurre un avvincente e completo resoconto bellico e dividere la ponderosa materia in capitoli quali Monsieur Poux e gli assalti all’arma bianca, I terribili veleni inventati da Monsieur Poux e infine Gli sfiati gassosi e mortali di Monsieur Poux; capitolo, questo, che naturalmente andrebbe collocato appena prima di quello, molto meno marziale, dal titolo Monsieur Poux, sconfitto da se stesso, fugge in Sanatorio.

Tali vicende guerresche, in parte ridicole e in parte realmente distruttive, e istruttive, sembra che abbiano poi portato la vicenda a un insperato culmine, a una vera e propria, ma piccola, apoteosi; ecco perché potrebbe essere più appropriato un titolo diverso, per esempio Come fu che la convalescenza bellica di Monsieur Poux si trasformò in amorosa oppure qualcosa del tipo Incontro di Monsieur Poux, ferito nell’onore, con Madame Vidanque nel moderno Sanatorio di Vic sur Serre.

Infine, con un semplice e ottimistico Fuga d’amore di Monsieur Poux e di Madame Vidanque verso destinazioni purtroppo ignote a Monsieur Vidanque si potrebbe introdurre l’ultimo capitolo e chiudere l’intera vicenda, ma ciò soltanto se l’editore rifiutasse di pubblicare quello che agli autori piace considerare come il vero ultimo atto della storia: una sorta di illuminata riflessione finale, parzialmente moraleggiante e quasi completamente panoramica, dal titolo agrodolce di Festeggiamenti delle Lumache nell’orto che fu l’orgoglio del Generale Poux e che la bella Madame Vidanque purtroppo non vide mai.

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669-il-piccolo-colibri-autunnale

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INTRODUZIONE

 

Chi ha pensato o scritto quello che leggerete è il Lupo, il predatore in cima alla catena verbale, l’ultimo leggendario ideovoro.

 

La sua natura lo porta ad affascinare le persone senza inquietarle, senza farle soffrire, senza essere visto e anzi dando loro a piene mani l’impressione di essere finalmente davanti a una via d’uscita, a un’occasione insperata di felicità.

 

Il Lupo capisce le persone senza amarle; si avvicina, recita l’attenzione e la cura, si immedesima nelle frasi che ascolta e le sa proseguire improvvisando, consolando, fantasticando, seducendo. Si inserisce nelle narrazioni altrui come un attore nascosto nelle loro povere recite.

 

Viene accolto in casa, a tavola, nel letto e lui, pur attento a restarne fuori, entra dappertutto.

Anche se è la palude di una ragazza zittita o sono i prati grigi di un uomo che rallenta il passo o la galleria infinita dentro cui si perde un ragazzo dimenticato o anche se sono i lampi rossi di chi ha un coltello tra le idee, quel dappertutto non è mai un luogo vuoto: il Lupo deve farsi spazio. Per questo, induce la coincidenza, la suggestione e la somiglianza; per questo nei discorsi inietta le alternative che svuotano (e non quelle che arricchiscono), i dubbi che paralizzano (non quelli che articolano) e le spiegazioni che rassicurano (e non quelle che portano conoscenza).

Usando queste pienezze per creare il vuoto, la bestia crea un bisogno nuovo, ritagliato su se stesso, aumentato ad arte e di cui – poco a poco, come da dietro una tenda spostata dal vento – lui appare come l’unica soluzione pensabile.

È presente, assiduo, gentile, comprensivo, di poche intense parole. È il parassita che si nutre di crolli e per questo li alimenta negli altri, rendendoli più umani e attenuando con la fantasia quell’ansia che ogni incertezza porta con sé: mentre divora, il Lupo mostra alle sue vittime panorami meravigliosi, rilassanti e a portata di mano. Mentre uccide, canta la ninna nanna, offre l’ultimo sogno, racconta l’ultima storia non sua.

 

Le scene in cui finge di vivere coincidono con la sua vita: altrove, non ha nessuno ad aspettarlo. Anche quando (o se) torna a casa, torna in un rifugio dove recita la parte più facile, dove può rilassarsi senza cambiare, dove il copione non ha nemmeno bisogno di essere scritto, perché chi condivide con lui il rifugio è ormai sedotto, legato alla sua stessa prigione come un cane alla catena, come un cucciolo alla tana.

 

E al Lupo non importa né di cuccioli né di tane.

 

 

 

 

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511 il Guerra

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